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Europa, Un Albero Senza Radici! LA “COSTITUZIONE” E LE RADICI CRISTIANE DELL’EUROPA (brani estratti dalla conferenza dell’avv. Giuseppe Manna del 3 aprile 2004 nella Chiesa parrocchiale di S. Maria a Mare)
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Sembrano finalmente maturi i tempi per la sottoscrizione del trattato che enuncerà i diritti fondamentali del cittadino europeo e conterrà le norme che regoleranno i poteri ed il funzionamento degli organi comunitari e i rapporti tra gli Stati membri dell’Unione Europea, norme alle quali dovranno uniformarsi gli ordinamenti interni dei singoli Stati. Ho detto “Trattato” e non “Costituzione”, come i mass media ci hanno abituati a sentire, perché una Costituzione è approvata da un’assemblea costituente eletta dal popolo e contiene i principi fondamentali che devono regolare i rapporti sociali, riconosce e proclama i diritti essenziali ed inalienabili della persona, primo fra tutti il diritto di libertà nelle sue varie manifestazioni ed espressioni, costituisce e disciplina il funzionamento delle Istituzioni che assicurano l’ordinato e proficuo svolgimento della vita di un popolo. Il trattato europeo persegue queste finalità, e quindi ha un suo valore “costituzionale”, ma non promana da una volontà popolare, perché i popoli dell’Unione non hanno eletto nessuna assemblea costituente. Esso sarà approvato e sottoscritto da organi rappresentativi dei singoli Stati, e perciò è più corretto parlare di “Trattato costituzionale”, proprio per sottolinearne sia la specificità, che lo rende diverso dai comuni trattati, e sia la sua particolare matrice d’origine.
Oggi uno Stato moderno, o “di diritto” come si suol dire, necessita sempre di una sua Carta fondamentale, di una Costituzione che riconosca ed affermi quei principi e quei valori che si sono venuti radicando nel suo popolo in secoli di esperienze storiche, di tradizioni, di ideali, di progresso culturale e sociale, ed ai quali tutte le sue leggi devono conformarsi. Così anche un ente sovranazionale, qual è l’Unione Europea, non può esistere e non può sopravvivere senza una propria Costituzione, che riconosca e proclami quei valori che costituiscono il fondamento comune e la forza unificante dei popoli che lo compongono. Ma per l’Unione Europea una Costituzione (federale) ha un valore aggiunto, che è quello di evitare quei conflitti devastanti che per secoli hanno distrutto e insanguinato il vecchio continente (basti pensare alle due terribili guerre mondiali del secolo scorso), e che sono stati alimentati da nazionalismi accesi e addirittura degenerati nell’esaltazione aberrante della razza (fascismo e nazismo) e nella lotta tra le classi sociali (comunismo). Questo valore aggiunto fu l’intuizione che ispirò un gruppo di uomini illuminati, che a giusta ragione sono considerati i Padri fondatori dell’Unione Europea: Piero Calamadrei, Ignazio Silone, Luigi Einaudi, Gaetano Salvemini, Ferruccio Parri ed altri, che in uno storico incontro nel 1947 all’Hotel Ergife di Roma gettarono le basi di un federalismo europeo, che avesse le finalità di: 1) garantire l’uguaglianza dei popoli e i diritti fondamentali dei cittadini; 2) realizzare una progressiva unificazione economica; 3) promuovere una politica estera comune; 4) organizzare una comune difesa. Questo Comitato promotore dette vita a un documento, la “Petizione per un Patto di Unione Federale Europea”, che fu sottoscritto anche da personalità di altissimo profilo, da Don Luigi Sturzo ad Altiero Spinelli, da Maria Montessori a Benedetto Croce, da Réné Coty a Giscard d’Estaing, da Werner Heisenberg a Lord Beveridge e a tanti altri, e fu inviato a tutti i Parlamenti degli Stati europei. Di lì a qualche anno altri tre grandi uomini della più recente storia europea, Alcide De Gasperi, Robert Schumann e Konrad Adenauer, avrebbero realizzato il Trattato di Roma del 1957, che doveva essere il preludio e l’auspicio di una politica e di una legislazione comune sempre più forte e penetrante. È trascorso più di mezzo secolo dall’incontro dell’Ergife e, purtroppo, si è riusciti solo a costituire un’unione economica con l’adozione di una moneta comune tra alcuni degli Stati membri e ad assicurare la libertà di circolazione dei cittadini e delle merci con l’abbattimento delle barriere doganali; ma gli altri obiettivi, che sono quelli che veramente possono cementare la costituzione di uno Stato federale, sono ancora lontani e potranno essere conseguiti solo se i popoli europei si riconosceranno tutti in una Costituzione comune e saranno sottoposti tutti alle medesime leggi. Non dimentichiamo che fu proprio con la forza unificante del diritto, più che con quella delle sue legioni, che Roma riuscì ad imporre e conservare per secoli il suo impero dall’Atlantico al Mar Nero, dall’Africa alla Britannia. Si è detto, e giustamente, che una Costituzione presuppone un demos, cioè una collettività di persone che si riconoscono in una identità di origini, di storia, di cultura, di tradizioni; ma è anche vero che l’unicità del diritto e della giurisdizione concorrono a formare il demos e, quindi, a far nascere l’esigenza di una Costituzione, che si richiami appunto a quei valori comuni. È proprio sui valori comuni, cui si richiama il Preambolo della futura “Costituzione” europea, che sono sorte polemiche e discussioni per l’avversione di oltre la metà dei rappresentanti degli Stati membri a riconoscere i valori cristiani sui quali la civiltà europea si è sviluppata e consolidata nei secoli. Gli estensori del preambolo del trattato, su cui si è discusso nella sessione plenaria dell’Assemblea Generale di Bruxelles del 5 giugno 2003, dopo aver ripetuto le parole del grande storico greco TUCIDITE (471-391 a.C.) “La nostra costituzione si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di una minoranza, ma del popolo intero”, esordiscono così: “Coscienti che l’Europa è un continente apportatore di civiltà; che i suoi abitanti, giunti in ondate successive fin dagli albori dell’umanità, vi hanno sviluppato progressivamente i valori che sono alla base dell’umanesimo: uguaglianza degli esseri umani, libertà, rispetto della ragione; ispirandosi ai retaggi culturali, religiosi e umanistici dell’Europa i quali, sempre presenti nel suo patrimonio, hanno ancorato nella vita della società la sua percezione del ruolo centrale della persona umana, dei suoi diritti inviolabili e inalienabili e del rispetto del diritto….hanno convenuto le disposizioni che seguono…”. Nessun riferimento specifico, quindi, alla civiltà ed alla cultura greca e romana, presenti in una prima stesura del documento, civiltà e cultura che pure hanno segnato in modo indelebile il successivo sviluppo storico, sociale ed umano dell’Europa e non dell’Europa soltanto. E nessun riferimento specifico alle religioni monoteiste (giudaismo e cristianesimo), che hanno consolidato per millenni la fede e la civiltà dei suoi abitanti, ma anonimo ed indistinto richiamo alle “religioni” in generale, come se quelle due religioni non avessero rivestito un ruolo significativo e determinante per la formazione e l’identificazione di una civiltà di valori che ha forgiato l’Europa e, attraverso l’Europa, le Americhe, l’Africa, l’Oceania e buona parte dell’immenso continente asiatico. Alta e perentoria si è levata perciò la voce del Santo Padre per sollecitare un esplicito riferimento ai valori cristiani che sono alla base della civiltà europea. Ma solo un terzo, o poco più, dei rappresentanti degli Stati, tra cui l’Italia, l’hanno condivisa facendone proprio l’invito. Tuttavia il Preambolo ricorda pure i valori dell’Umanesimo (su cui l’Illuminismo del XVIII secolo e, sull’Illuminismo, la drammatica Rivoluzione francese, costruirono e diffusero in Europa, con i fucili ed i cannoni della Grande Armée del Bonaparte, i principi di Libertà, Uguaglianza e Fraternità tra gli uomini e tra i popoli), ma dimentica che proprio quei valori erano stati predicati, già molti secoli prima, da un Uomo venuto da Nazareth ed annunziati al mondo dai suoi discepoli. Non fu forse Gesù di Nazareth a riscattare l’uomo dalla schiavitù alla libertà, annunciando la Verità che rende liberi (Gv. 8,31)? Solo la verità, infatti, può rendere l’uomo veramente libero, perché l’errore e la falsità lo fanno schiavo del dubbio e dell’ignoranza. E non fu forse Lui a promettere “lo Spirito di verità” che avrebbe guidato gli uomini “in tutta la verità” (Gv. 16,13) ed a mantenere la promessa (At. 2,1-6; 17-21)? Si pensi che nemmeno quattro secoli prima di Lui la schiavitù era ancora giustificata e legittimata da Platone, quando la civiltà e la cultura greca erano all’apice della loro grandezza, mentre dopo di Lui Paolo di Tarso riconosceva la schiavitù come una condizione sociale, ma proclamava l’uguaglianza umana degli schiavi ai padroni, perché tutti figli dell’unico Dio, perché tutti chiamati a partecipare al medesimo Regno. Ed invitava i padroni a comportarsi umanamente con gli schiavi, perché “consapevoli che nei cieli c’è il loro e il vostro Signore, che non ha preferenze personali” (Ef. 6,9). Come si può ignorare che è stato Gesù a proclamare tutti gli uomini uguali, perché figli di un unico Padre? Tutti eguali, senza più distinzione di razza, di culto, di sesso, di credo. Per cui Paolo di Tarso poteva scrivere ai Galati “Non esiste più Giudeo né Greco, non esiste schiavo né libero, non esiste uomo o donna: tutti voi siete una sola persona in Cristo Gesù. Se poi siete di Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Ga. 3,28-29). Oggi si parla tanto di uguaglianza tra i sessi, e non si considera che il riscatto della condizione femminile è incominciato proprio con il cristianesimo. Una donna fu elevata al rango inarrivabile di Madre di Dio, perché Dio non disdegnò il corpo di una donna per incarnarsi e scelse il grembo verginale di Maria per farne il tempio del Figlio. E se la donna nel mondo giudaico, greco e romano era considerata tanto inferiore all’uomo e senza dignità che non solo non era ammessa a partecipare alla vita pubblica, ma non poteva neppure essere sentita come testimone nei tribunali, Gesù chiamò proprio delle donne ad essere le prime testimoni dell’evento più straordinario e sconvolgente della storia umana, la sua Risurrezione, radice e fondamento della fede cristiana. E mandò una donna a darne per prima l’annunzio ai discepoli, rinchiusi nel cenacolo e in preda allo smarrimento ed alla paura. Oggi non c’è ideologia, non c’è corrente di pensiero che non faccia della fraternità il proprio vessillo, ma si dimentica che da due millenni Gesù e i Suoi seguaci hanno predicato e predicano un valore ancor più alto della fraternità: l’amore. Un amore assoluto, che rasenta la follia, perché rivolto non solo alle persone che ci sono care ed a chi ci ricambia con il bene, ma che va esteso al nemico (Mt. 5,44), a coloro che ci fanno del male, fino a spogliarsi di sé stessi, dando anche il mantello a chi ci chiede la tunica (Mt. 5,40). Ebbene, non sono forse questi i valori che hanno alimentato per secoli, per millenni, la cultura occidentale ed europea, ancor prima dell’umanesimo laico, che di quei valori cristiani si è nutrito e saziato? E non basta. Si sostiene, non senza ragione, che l’umanesimo e l’illuminismo del Secolo della Ragione e dei Lumi hanno elaborato il concetto dello “Stato Moderno”, come stato laico e non confessionale, condensato nell’aforisma “Libera Chiesa in libero Stato”. Ma anche in questo caso ci si dimentica che il primo a riconoscere l’autonomia dell’autorità terrena dalla Chiesa è stato Gesù, invitandoci a dare “a Cesare quello che è di Cesare ed a Dio quello che è di Dio” (Mt. 22,21). E ci si dimentica che Paolo lo conferma con chiarezza scrivendo ai Romani: “Ogni persona si sottometta alle autorità che le sono superiori. Non esiste infatti autorità se non proviene da Dio; ora le autorità attuali sono stabilite e ordinate da Dio. Di modo che, chi si ribella all’autorità, si contrappone a un ordine sabilito” (Rm. 13,1-2). E anche Pietro scriveva: “Sottomettetevi ad ogni istituzione umana in grazia del Signore, sia all’Imperatore, per la sua autorità suprema, sia ai governatori, perché sono nominati da lui per punire i malfattori e a lode di chi opera il bene” (1Pt. 2,13). Perché non riconoscere allora che i popoli europei, tutti i popoli europei si sono abbeverati alle fonti del cristianesimo e sul cristianesimo hanno sviluppato la loro cultura, i loro costumi, la loro storia, persino la loro laicità? Ci siamo mai domandati cosa sarebbe, oggi, l’Europa se non ci fosse stato il Cristianesimo? Proviamo noi italiani ad immaginare come si sarebbe formata la nostra lingua e la nostra letteratura senza quel grandioso monumento che è la DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri. Proviamo ad immaginare le nostre città senza le Chiese, i Campanili, le imponenti Cattedrali di Roma, di Milano, di Firenze, di Venezia, di Assisi. I nostri Musei senza le pitture, gli affreschi, i marmi che si ispirano e narrano gli episodi e i personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Provino i francesi ad immaginare la loro terra senza le cattedrali di Reims e di Notre Dame, o il Museo del Louvre senza i capolavori dell’arte cristiana. Provino i tedeschi ad immaginare la loro musica senza le sublimi Messe e le Passioni di Johan Sebastian Bach. Proviamo noi europei ad immaginare cosa sarebbe la nostra cultura senza l’arte cristiana, senza le Musiche Sacre del Sei e del Settecento, senza i Requiem di Mozart e di Verdi, senza gli Stabat Mater di Pergolesi e di Rossini, senza le innumerevoli iniziative ispirate ai sentimenti della carità cristiana, dalle opere pie e di misericordia agli ospedali e alle case di accoglienza di poveri e bisognosi, dalla fondazione degli ordini religiosi al monachesimo, che salvò e tramandò alle future generazioni i valori dei classici antichi. Proviamo ad immaginare che cosa sarebbe il pensiero filosofico occidentale senza la Patristica di Agostino e dei Padri della Chiesa, senza la filosofia Scolastica del Dottore Angelico, senza il pensiero di tanti filosofi cristiani, fino a Blaise Pascal, Bergson, Jean Guitton, Kierkegaard, Jacque Maritain. E cosa sarebbero oggi le Americhe, l’Africa, l’Oceania e la stessa Asia se con i valori della loro cultura gli europei non avessero esportato e trasmesso alle popolazioni di quei continenti i valori del cristianesimo, grazie all’abnegazione ed al martirio dei missionari. Sì, conveniamone, senza il cristianesimo l’Europa e il Mondo sarebbero diversi. E non è un caso che un filosofo e storico liberale, dichiaratamente ateo, ma che giustamente va annoverato tra i più grandi pensatori del secolo passato e che di storia e di costumi se ne intendeva bene (basti ricordare, tra le sue molteplici opere, Storia d’Europa nel secolo XIX, Storia e leggende napoletane, La Dominazione spagnola in Italia, Storia della storiografia) intendo riferirmi a Benedetto Croce, non è un caso, dicevo, che Benedetto Croce, in un famosissimo articolo pubblicato nel 1924 scriveva e spiegava con ferma convinzione “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Le resistenze alla sollecitazione del Santo Padre rievocano quella cultura laicista e massonica, alimentata dai pensatori del XVIII e del XIX secolo, che vorrebbe tenere la Chiesa fuori dai problemi che interessano la società temporale. Ma la Chiesa vive ed opera nel Mondo. Essa ha cura dell’uomo non solo nella prospettiva delle realtà spirituali e dei beni futuri, ma anche perché la sua vita terrena sia degna e conforme a quei valori insegnati da Cristo e di cui, come abbiamo visto innanzi, lo stesso Umanesimo si è in buona parte nutrito. Su questo punto l’insegnamento del Concilio Vaticano II è stato netto e chiaro. Libera Chiesa in libero Stato non significa affatto che la Chiesa debba disinteressarsi dei problemi dell’attualità e di come gli uomini devono affrontarli e risolverli; la Chiesa ha il dovere di ammaestrare e di tracciare le linee guida per rendere dignitosa ed etica l’umana convivenza. Il Capitolo IV della Prima Parte della Costituzione GAUDIUM ET SPES lo afferma esplicitamente: “La Chiesa, procedendo dall’amore dell’Eterno Padre, fondata nel tempo dal Cristo Redentore, radunata nello Spirito Santo, ha una finalità di salvezza ed escatologica, che non può essere raggiunta pienamente se non nel mondo futuro. Essa, poi, è già presente qui sulla terra, ed è composta da uomini, i quali appunto sono membri della Città terrena, chiamati a formare già nella storia dell’umanità la famiglia dei figli di Dio, che deve crescere costantemente fino all’avvento del Signore. Unita in vista dei beni celesti, e da essi arricchita, tale famiglia fu da Cristo “istituita ed ordinata come società di questo mondo” e fornita di “convenienti mezzi di unione visibile e sociale”. Perciò la Chiesa che è insieme “società visibile e comunità spirituale” cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l’anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio” (n. 40).
Sono parole di straordinaria importanza e noi credenti non possiamo non esserne coinvolti e non sentirci impegnati a vivere la città terrena in virtù e con la forza di quegli stessi valori, di quegli stessi principi sui quali siamo incamminati verso la Gerusalemme celeste. Gesù non ci ha detto: ritiratevi dal mondo, rifiutate il mondo, pensate solo ai beni celesti. No. Ma “Andate per tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc. 16,9) è stato il suo comando. Ci ha impegnati ad essere Chiesa nel Mondo per annunciare al Mondo la Sua parola, per coinvolgere tutti gli uomini nel Suo messaggio di salvezza, testimoniando la nostra fede con la fedeltà al Vangelo e vivendo tra gli uomini secondo i principi che Egli ci ha insegnato. Non dimentichiamo perciò che la nostra civiltà, la nostra cultura, le nostre tradizioni, la nostra storia affondano saldamente le loro radici in ciò che Lui ci ha insegnato. Solo così possiamo sperare di costruire una civiltà autenticamente umana e cristiana, che ci ripari e ci salvi dal dilagante diffondersi dell’islamismo, del buddismo, delle facili “conversioni” ad altre fedi di coloro che del cristianesimo non hanno capito nulla. Solo così possiamo sperare di salvare quella civiltà che ha fatto grande l’Europa e che l’Europa ha trasmesso al mondo intero in secoli di storia. Solo così possiamo sperare per l’Europa un futuro migliore e, forse, in un tempo non lontano, anche un Mondo migliore. Giuseppe Manna
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