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IL CAMMINO DELLA NOSTRA CHIESA (DI CAPACCIO, PRIMA, DI CAPACCIO-VALLO, POI, E INFINE DI VALLO DELLA LUCANIA) DOPO IL CONCILIO DI TRENTO ATTRAVERSO I SINODI, I CAPITOLI E GLI EDITTI VESCOVILI di Carmine Troccoli I Sinodi diocesani sono entrati nella vita della chiesa locale fin dal secondo secolo. Si differenziano dai sinodi provinciali dove il metropolita e i suffraganei esaminano i problemi a più vasto raggio. Non una diocesi, ma più diocesi della stessa metropolia. Il primo sinodo nella diocesi di Capaccio di cui abbiamo conoscenza risale alla fine della prima metà del Cinquecento; fu celebrato prima ancora delle normative del Concilio di Trento. A indirlo fu mons. Enrico Loffredo, un vescovo napoletano, che aveva ricevuto, nel 1531, la diocesi di Capaccio “ per remissionem" dallo zio, Tommaso Caracciolo. La diocesi era in piena crisi. Da secoli, infatti, i vescovi non vi facevano più residenza, se non in maniera sporadica. Arrivavano in diocesi per l'omaggio di obbedienza da parte dei sacerdoti e abati, anche esenti, il giorno della festa dell'Annunciazione (la protettrice) nella cattedrale di Paestum e in occasione delle ordinazioni sacerdotali che avvenivano, due volte all'anno, a Pentecoste e "il sabato delle quattro tempora". La presenza del vescovo nella cattedrale di Capaccio si registrava anche in occasione della festa dell'Assunta e al lunedì di Pasqua. "In dicta ecclesia, scrive mons. Lelio Morello nella Visita pastorale del 1586, in secundo die Paschatis resurrectionis et assumptione Beatae Mariae virginis episcopus et canonici tenentur adire ipsam ecclesiam cathedralem et ibi vesperos et missas solemniter celebrare. Item facere tenentur in ecclesia civitatis Paesti in die Annunciationis". Dalla distruzione di Capaccio ( 1246) i vescovi furono segretari, tesorieri, datari, ambasciatori o archiatri pontifici, presidenti del Regio Consiglio o consiglieri del re. Il vescovo di Capaccio era iscritto, persino, nel Catalogo dei Baroni. Erano altri, dunque, gli interessi. Di Loffredo in pochi anni si rende subito conto che il popolo è nella più completa ignoranza della Legge di Dio, vive una sua religione naturalistica senza alcun contenuto teologico. Le chiese, qualche volta, sono ricettacolo di malviventi. Alcune di esse, come Santa Cecilia di Eremiti e San Nicola di Cuccaro avevano, addirittura, l'occhio di bue, a sinistra e a destra della porta centrale, per il diritto di asilo. Il vescovo mostra subito attenzione alla situazione e, pur essendo giovanissimo e senza alcuna esperienza pastorale, tenta il sinodo con la collaborazione del vicario generale. Lo apre il 3 dicembre 1537. Le direttrici sono tre: purificare la religione da tutte le incrostazioni, mettere ordine nelle chiese e intervenire sui costumi del clero. La sua principale attenzione è per i sacerdoti che devono distinguersi dai laici per una vita interiore più intensa. Lo stesso modo di vestire li deve distinguere. Devono indossare l'abito ecclesiastico e portare la tonsura. Tutti i beneficiati sono tenuti alla residenza, pena la perdita del beneficio stesso. Quando, poi, andrà al Concilio sosterrà, con coraggio, che il problema della riforma era legato alla residenza. Parlerà, addirittura, della residenza come di diritto divino. Il suo lavoro, però, si fermò alla superficie. La sua fu solo una precettistica dettagliata, ma senza alcuna incidenza nella vita pastorale. "Mancano, scrive G. Vitolo, norme su aspetti fondamentali dell'apostolato sacerdotale, come la predicazione, l'istruzione religiosa e l'esercizio della carità". A tutto questo si aggiunse la partenza per il Concilio di Trento, dove morì alla fine della settima sessione nel 1547. Gli mancò, quindi, anche il tempo per l'applicazione delle norme. Ma fu, certamente, un convinto assertore della riforma. Egli, infatti, anticipò il Concilio di Trento che nella Sessione X del 1563 raccomandava con forza ai Vescovi di celebrare, ogni anno, il sinodo diocesano: "Sinodi quoque quotannis celebrentur … Quod si in bis tam metropolitani quam episcopi ... negligentes fuerint poenas sacris canonibus sancitas incurrant » Il primo a interessarsi del sinodo dopo il Concilio, anche se costretto, fu Paolo Emilio Verallo, che aveva ricevuto la diocesi "per cessionem" dal fratello, card. Gerolamo, al quale versava annualmente 800 fiorini. Arrivò in diocesì il 1561. Erano passati otto anni dall'elezione (1553). In un primo momento si vide in lui la persona adatta che avrebbe potuto continuare la riforma del Loffredo. Ma la permanenza in diocesi fu brevissima. Dopo appena qualche mese, infatti, partì per la terza fase dei Concilio di Trento. Alla conclusione del Concilio, ritornato in diocesi “e quivi dimorando, afferma il Volpi, celebrò nella Padula un santissimo Sinodo". Il sinodo di cui parla il Volpi iniziò il 10 aprile 1567. Durò, molto probabilmente, tre giorni. Ma il vescovo fu assente. Già alla fine del 1564 aveva lasciato la diocesi dopo l'assalto ai granai di Agropoli. Riparò prima a Napoli e poi a Roma, dove intraprese il suo antico lavoro rotale. Delegò per la celebrazione del sinodo il vicario generale. Il vescovo, però, seguì certamente il lavoro di redazione dei vari articoli. Il sinodo, infatti, ha un taglio canonistico che gli era congeniale. Nella stesura dei vari articoli più che far appello alle ragioni teologiche, alla Sacra Scrittura e all'autorità dei santi Padri, come aveva fatto a Salerno il Cervantes nei due sinodi diocesani del 1564 e 1566, si richiama al Diritto canonico, al Concilio di Trento e al sinodo provinciale della metropolia, celebrato nel 1566. Dobbiamo, pure, dire che il sinodo di Padula viene celebrato dopo quattro anni dalla conclusione del Concilio di Trento che faceva obbligo ai vescovi ordinari di celebrarlo "quotannis". E ci fu bisogno del sinodo provinciale di Salerno che imponeva ai suffraganei, che ancora non lo avessero fatto, di celebrare il sinodo entro quattro mesi dalla conclusione del sinodo provinciale. Eppure in seno al Concilio era stato uno dei più convinti assertori della riforma. Sarebbe interessante esaminarne i motivi. Ma passiamo alla materia del sinodo. Sono presenti gli stessi temi del Loffredo: il rispetto della casa di Dio, i doveri dei sacerdoti e l'istruzione religiosa dei fedeli. Si tratta di 136 articoli in lingua volgare con una introduzione in latino. Anche questo sinodo ha un taglio disciplinare e la dottrina non è affatto affrontata. Dopo il sinodo di Padula si parla di un sinodo celebrato a Sala nel 1579 da Francesco Liparola, vicario generale di Lorenzo Belo, residente a Salerno. Di questo sinodo si ricorda la richiesta di sovvenzione ai sacerdoti, in ragione di carlini 15, per il vescovo ammalato. Intanto nel 1580 un gruppo di sacerdoti si riunisce a Laurino per discutere la crisi che affliggeva la diocesi. Vedono nel sinodo un organismo troppo complicato; essi chiedono che, ogni anno, venga celebrato un Capitolo Generale del clero al posto del sinodo. A complicare le vita del sinodo c'era stato un privilegio dell'università di Diano che la voleva sede del sinodo, ma non tutti i preti erano d'accordo in quanto durante l'inverno la cittadina non era facilmente raggiungibile. Vallo diventava un grande acquitrino. Nello stesso anno la diocesi viene commissariata. I commissari, Orazio Fusco, Riccardo Ricciotto, Silvio Galassi, Gerolamo Moricone e Pietro Testa, che si susseguono in sei anni, si adoperano anch'essi per sanare la situazione. Il primo, Orazio Fusco, nel 1580, per i motivi anzidetti, più che ad un sinodo pensò al Capitolo Generale del clero. E' composto di 49 deliberazioni. La materia è sempre la stessa: rispetto della casa di Dio, formazione del clero e istruzione religiosa. Tra le novità: la costituzione degli archivi parrocchiali che dovevano conservare le platee e i tre libri grossi cioè il libro delle Bolle, delle lettere dimissoriali e gli atti dei processi a carico dei chierici. L'assise di Diano può essere equiparata, sicuramente, ad un sinodo per la vastità della materia e lo spirito che la pervade. Nel 1583 un altro commissario apostolico, Silvio Galassi, emana le "Ordinationes di Rofrano per il clero e il popolo di quella terra. Costituiscono, quasi, la piattaforma di un sinodo che il commissario ha intenzione di celebrare. Particolarmente severo l'art. 14 che minaccia la scomunica per chi non rispetta il giorno del Signore e il sequestro delle "robbe e delle bestie". Non riesce a celebrare il sinodo un altro commissario apostolico, Riccardo Ricciotto. Voleva celebrarlo a Sala, ma l'Università di Diano non glielo permise. Nel 1586, con la fine dei commissariamento della diocesi, interviene "motu proprio" la stessa Sede Apostolica con un documento molto articolato: Capitoli e Tasse per la città e la diocesi di Capaccio. Il documento papale puntualizza gli stessi problemi, ancora, non risolti. Interessante il can. 32 che recita: "Si dia alcuna cosa precipua più degli altri ai preti idonei alla cura d'anime". E', certamente, un vagito di meritocrazia! Alla fine del Cinquecento (1594) anche una abbazia esente, Sant'Angelo a Fasanella celebra il suo sinodo. E' composto di 17 capitoletti. L'abate si dichiara libero di far amministrare la cresima ad altri vescovi e di prelevare gli oli santi presso cattedrali diverse da quella di Capaccio. E' evidente il rapporto teso tra il vescovo e l'abate. In questo sinodo si ordina alle persone ecclesiastiche ed ai secolari di fare l'elenco di tutti i libri per scoprire quelli proibiti. Per la prima volta si parla del sagrestano, il quale oltre a interessarsi dell'ordine e della pulizia in chiesa non deve autorizzare celebrazione della messa a nessun prete senza licenza del vicario generale dell'abbazia. Il sinodo permette che i sacerdoti della Terra di Sant'Angelo a Fasanella possano esercitare l'agricoltura purché non trascurino il servizio della chiesa e gli uffici divini. Si parla di un sinodo celebrato a Diano il 1 giugno 1608. Non lo conosciamo, ma non c'è motivo di dubitare della sua celebrazione. Ne fa fede il vescovo Matta e Haro che nella relazione "ad limina" del 27 marzo 1619 faceva presente di aver celebrato il sinodo che "per decennium non fúerat celebrata". E' chiaro il riferimento al sinodo del 1608. Nel '600 furono celebrati altri tre sinodi. Si tennero rispettivamente a Sala nel 1617 voluto dal vescovo Matta e Haro, il secondo nel 1629, sempre a Sala, convocato da mons. Francesco M. Brancaccio, il terzo, nel 1649, indetto dal vescovo Tommaso Carafa a Laurino, feudo della sua famiglia. I temi affrontati, ancora, gli stessi: formazione del clero, ignoranza religiosa, rispetto della casa di Dio. Il Carafa, addirittura, propone di unirli. Esiste solo qualche lieve differenza. Infatti il primo insiste di più sulla magia, il secondo presenta tentativi di analisi su problemi socio‑economici con indicazioni di possibili soluzioni. C'è pure, in questo sinodo, qualche considerazione di ordine spirituale che rispecchia la grande pietà del Brancaccio, che oltre ad essere un grande bibliofilo fu un grande vescovo. Di questo vescovo si può ancora ammirare la sua biblioteca che costituisce una sezione della Biblioteca Nazionale di Napoli. Al riguardo la diocesi potrebbe tentare una fotoriproduzione, almeno, dei maggiori documenti. Il Carafa parla di Laurino "loco opportuniore cum sit in umbilico dioecesis". Viene celebrato subito dopo la rivolta di Masaniello. Il Cilento era stato messo a soqquadro da un certo Carlo Gargano. Erano stati tempi tristi per i baroni considerati "arietes non invenientes pascua". In quel periodo il barone Bonito di Casalvelino fu tagliuzzato sul ceppo del macellaio sulla piazza del paese. C' è un accenno della rivolta nella prefazione. Il Carafa riprende, con forza, l'invito del sinodo del 1617 alle università per la creazione di scuole e la nomina di maestri. Minaccia la scomunica per le università che non lo avevano ancora fatto. Dopo il sinodo Carafa non si parlerà più dì sinodi per oltre 150 anni. Finisce il grande entusiasmo. Due i motivi: il primo perché si pensò che l'ultimo sinodo avesse detto tutto, il secondo per le difficoltà di raggiungere le sedi dei sinodi da parte del clero a causa della presenza di rivoltosi lungo le vie. Nel Settecento si ovviò alla legislazione sinodale con editti emessi periodicamente dai vescovi. Di questi editti ne conserviamo alcuni. Qualche volta sono molto articolati ed hanno la struttura quasi di un sinodo. Venivano fatti recapitare agli arcipreti tramite cursori, … Continua |