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Biblioteca S. Maria a Mare
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Biblioteca: laboratorio di cultura, strumento di evangelizzazione
“La cultura è un terreno privilegiato nel quale la fede si incontra con l’uomo”, sono le parole di Giovanni Paolo II al convegno di Palermo del 1995. In quella circostanza il papa tracciava il percorso e la vocazione della cultura in genere. Tenuto conto delle indicazioni emerse a Palermo, non è più concepibile elaborare progetti pastorali che non abbiano una valenza culturale, perché l’annunzio del vangelo dialoghi con la cultura contemporanea e con quei “semi del Verbo” che Clemente Alessandrino ci ha invitato a ricercare in ogni espressione di civiltà. Ci siamo preoccupati degli spazi per la catechesi, degli spazi per il tempo libero, ma da troppo tempo abbiamo trascurato uno spazio come laboratorio di idee.
Quanto la Chiesa privilegi la cultura come strumento di evangelizzazione e di promozione umana, è documentato in solenni consessi e in documenti ufficiali: “Poiché si offre ora la possibilità di liberare moltissimi uomini dalle miseria dell’ignoranza, è compito sommamente confacente al nostro tempo, specialmente per i cristiani, lavorare indefessamente perché tanto in campo economico quanto in campo politico, tanto sul piano nazionale quanto sul piano internazionale, si affermino i principi fondamentali, mediante i quali sia riconosciuto e attuato dovunque il diritto di tutti a una cultura umana conforme alla dignità della persona , senza distinzione di stirpe, di sesso, di nazione, di religione o di condizione sociale. Perciò è necessario procurare a tutti una sufficiente copia di beni culturali, specialmente di quelli che costituiscono la cosiddetta cultura di base, affinché moltissimi, per causa dell’analfabetismo e della privazione di un’attività responsabile, non siano resi incapaci di dare una collaborazione veramente umana al bene comune” (GS, 1519)
Se è costante l’attenzione della Chiesa per l’arte, le lettere e le opere del pensiero in genere, non altrettanto puntuale è stato l’impegno di chi avrebbe dovuto tradurre in iniziative concrete tali indicazioni. Già il Concilio di Trento, infatti, avvertiva la necessità di strumenti culturali che fossero nello stesso tempo risposta a concrete esigenze di alfabetizzazione e di formazione cristiana: “Nelle chiese le cui rendite annuali sono troppo basse, ed in cui il numero dei fedeli e dei membri del clero è così piccolo che l’insegnamento della teologia difficilmente potrebbe avervi luogo, vi sia almeno un maestro scelto dal vescovo, sentito il parere del capitolo, per insegnare gratuitamente la grammatica ai chierici ed agli altri scolari poveri affinché possano passare coll’aiuto di Dio da questa alla Sacra Scrittura” (CT, V sessione)
Un documento credo non sufficientemente conosciuto è la lettera circolare di Giovanni Paolo II del 19 marzo 1994, indirizzata all’Episcopato mondiale, dedicata alla valorizzazione delle biblioteche nel contesto degli studi e della vita delle comunità ecclesiali. Nella lettera l’attenzione non è dedicata soltanto alle grandi biblioteche, ma anche alla biblioteche minori. Viene posto l’accento sulla necessità che nelle chiese locali sia organizzata una Biblioteca che costituisca il luogo più dotato di opere antiche e recenti. La lettera non trascura il ruolo che hanno avuto nel passato le piccole biblioteche parrocchiali o associative che tanto hanno contribuito a creare una cultura di base, e non solo per gli associati.
Purtroppo il degrado culturale generale degli ultimi decenni non ha risparmiato nemmeno questi piccoli cenacoli. Segni incoraggianti, tuttavia, autorizzano a guardare con fiducia al prossimo futuro. Da qualche censimento effettuato negli ultimi tempi, risulta che nel 1990 le biblioteche presenti nelle diocesi italiane erano poco più di 400. Nel 1995, anno dell’ultimo censimento al quale ci riferiamo, erano salite a 1505. Biblioteche aperte al pubblico con orari e modalità diverse. La nostra Campania si difende con le sue 111 biblioteche. Non mancano le sollecitazioni della chiesa in ogni tempo sia sul piano magisteriale che su quello delle realizzazioni. E’ risaputo che buona parte della nostra storia cristiana e civile è custodita negli archivi parrocchiali e diocesani, nelle biblioteche e nelle chiese, veri scrigni della nostra memoria, senza i quali non si fa storia. Il divorzio tra la Chiesa e gli uomini di pensiero è durato per troppo tempo con danno reciproco per la fede e per la cultura. Oggi assistiamo a un ritrovato entusiasmo che vede le comunità cristiane promotrici di iniziative culturali di vario genere e di vario livello, ma tutte utili per sviluppare quel dialogo tra le varie culture che il Concilio Vaticano II auspicava. Ogni iniziativa attenta “ai ricercatori della verità, agli uomini di pensiero e di scienza, agli esploratori dell’uomo, dell’universo e delle storia”, significa per ogni credente e ogni comunità cristiana farsi pellegrini con “i pellegrini in marcia verso la luce”.
Perché tanto impiego di energie umane e finanziarie per una Biblioteca? Non si potrebbero impiegare più utilmente in opere di carità? Certo, soccorrere i bisognosi è opera prioritaria di ogni evangelizzazione. Ma ogni epoca ha le sue povertà! Il disorientamento susseguente al crollo di pseudo certezze, la mancanza di punti forti di riferimento non sono povertà che richiedono la nostra attenzione? Se guardiamo alla Biblioteca come un deposito di libri realizzeremmo poco più che un cimitero più o meno monumentale, poco più che un museo di un sapere mummificato privo di fermenti vitali capaci di attivare le energie migliori dell’uomo. La Biblioteca invece può essere e vuole essere la fucina, il laboratorio di progetti culturali, confronto di esperienze. Non va trascurato il fatto che un paese di circa quattromila abitanti, ad alta densità turistica nel periodo estivo, non disponeva nemmeno di un centro di lettura degno di questo nome. Ciò costituiva quasi una vergogna per gli animi più sensibili. Credo siano queste ragioni sufficienti, semmai, per vergognarci anche come Chiesa, di non aver fatto ancor prima qualcosa di più, senza ricorrere alle solite deleghe: “Non tocca a noi, tocca ad altri!” ecc. Mi preme sottolineare che la Biblioteca “S. Maria a Mare” si sente emanazione della Biblioteca diocesana e auspica la tessitura di una rete di collaborazioni con biblioteche e centri di cultura in genere esistenti o che sorgeranno nella nostra Diocesi. Una “banca della cultura”, credo, gioverebbe non poco al progresso civile e spirituale del nostro territorio.
La Biblioteca non nasce come fatto spontaneo, occasionale, ma come strumento di un progetto più ampio dove scuola materna, premio letterario, centro sportivo, qualche, seppur timida, esperienza editoriale e Biblioteca appunto sono altrettante espressioni di un unico progetto: portare la vitalità propria del vangelo dentro la storia dell’uomo nella concretezza di una comunità parrocchiale, coinvolgendo quante più persone possibile. La Biblioteca coincide con l’esigenza della comunità di “sapere di più”, come bisogno di confronto. In particolare considerazione è stata tenuta la realtà e i bisogni del mondo giovanile, studentesco in maniera speciale. Non è possibile lasciare ragazzi in via di formazione alla mercè di mestieranti della cultura, senza un luogo dove incontrarsi, confrontarsi e imparare a rispettarsi e a rispettare il diverso”. Non andremo mai a scrivere sui muri: “vogliamo una cultura cattolica o cristiana”, ma avvertiamo la necessità che ogni giovane maturi la consapevolezza della libertà e del diritto alla cultura che preferisce, nel rispetto della cultura del vicino.
Per il tempo e per le condizioni socio-culturali nelle quali è nata, la Biblioteca rimane una delle esperienze più positive di questi anni. L’accettazione della proposta e la collaborazione per la sua realizzazione è andata oltre le aspettative. Sono molte le persone da ringrazare per la collaborazione offerta nei modi più diversi. Sarà fatto adeguatamente a suo tempo. Ma già da ora non posso non esprimere il più sincero grazie a due giovani che mi sono stati più vicini per l’allestimento, l’avvio dei primi passi della struttura. Credo rimanga anche per loro una esperienza particolarmente significativa l’aver sottratto parecchie ore alla notte e alle “tentazioni del mare” per dedicarle alla Biblioteca: Dott. Gerardo Russo, che rimarrà nella vita della Biblioteca come primo Bibliotecario, e Luigi Orlotti jr., come “progettista” della disposizione logistica della stessa. La Biblioteca “S. Maria a Mare” offre questo primo catalogo innanzitutto ai giovani, alle scuole e a quanti amano la cultura come strumento utile per la loro crescita umana e cristiana.
Don Luigi Orlotti
S. Maria di Castellabate, 1 gennaio 2000
De libri humanitate, seu divinitate
Gli antichi ci hanno sempre insegnato ad accostarci al libro con rispetto, con decoro, quasi con venerazione. In un tempo dove pubblicare un libro voleva dire sacrificare le pelli di qualche decina di pecore (nel medioevo per scrivere una Bibbia ne occorrevano le pelle di duecento), esso diventava sacro simbolo della grandezza dell’intelletto umano e della generosità degli dei, che sceglievano le lettere come intermediarie fra il cielo e la terra.
La stessa evoluzione umana viene divisa a partire dalla scoperta della scrittura: preistoria e storia. Ma non dobbiamo pensare che la scrittura nacque subito come strumento per diffondere e divulgare le proprie idee. Il suo primo utilizzo fu certamente di tipo commerciale e religioso. Nel bacino del mediterraneo, a noi più vicino, grandi civiltà si svilupparono perché seppero tramandare per iscritto ciò che l’esperienza insegnava loro, senza più bisogno per le generazioni successive di ripetere le esperienze e gli esperimenti dei padri e quindi senza perder tempo su ciò che i genitori avevano già scoperto. Può apparir esagerato ad alcuni il collegamento tra sviluppo e scrittura, ma basti pensare che ancora oggi le culture tecnologicamente più arretrate sono proprio quelle che basano la propria tradizione sull’oralità.
La prima forma letteraria che beneficiò dell’utilizzo della scrittura fu la poesia. Nella Grecia del VI sec. a.C. ci si inizio a porre il problema di mettere per iscritto i versi di Omero. Come mai la poesia fu la prima forma letteraria ad essere fissata su rotoli di carta? I motivi sembrano svariati, e forse il più convincente di tutti è questo: la cultura poetica in Grecia, proprio nel VI sec. a.C. stava perdendo il suo primato nell’educazione dei giovani e c’era il timore, non errato, che un domani imparare a memoria versi non avrebbe più giovato a nessuno. Ciò non vuol dire che non si continuò più a comporre poesia, anzi , solo che ci si iniziava ad interrogare se era ancora lecito sviluppare la parte mnemonica di un uomo piuttosto che quella astrattiva. L’attacco più duro venne portato a segno dai filosofi ed in modo particolare da Platone: imparare a memoria non era sufficiente ad educare i giovani. Occorreva ben altro. Ma Platone stesso che criticava l’oralità, in molti suoi dialoghi e soprattutto nella sua Lettera VII, non temeva di attaccare anche la scrittura, giudicata troppo democratica per diffondere le cose più importanti (τα τιμιωτερα) del suo pensiero: meglio allora scrivere nelle anime degli uomini.
Si dovette attendere l’età ellenistica perché si comprendesse a pieno l’importanza della scrittura nella diffusione delle idee. E’ di questo periodo il grande sogno di poter raccogliere in un unico luogo fisico tutti i testi pubblicati: nacque così il mito delle Biblioteche. Veri templi di culto, dove l’uomo stesso diventava dio nella contemplazione del suo intelletto, le biblioteche non erano solo luoghi di raccolta dei testi, ma la stessa architettura ne voleva fare veri e propri cenacoli culturali. Era necessario dare ospitalità agli studiosi di tutto il mondo perché, in un tempo dove le comunicazioni risultavano assai difficoltose, la diffusione delle idee e delle scoperte scientifiche poteva avvenire in due modi: o conoscendo di persona l’autore o leggendone il testo. Le biblioteche vollero diventare quindi centri di aggregazione di filosofi, medici, astronomi, giuristi, retori e vai dicendo: tutto riuniti attorno al papiro. La Biblioteca di Alessandria, con il suo milione di rotoli (libri), è il simbolo di quest’età di koiné (comunione), e Alessandro Magno ben sapeva che, solo mettendo in comunione ciò che i popoli avevano di meglio avrebbe costruito il suo mondo perfetto: delirio di un tiranno o sogno meraviglioso di un giovane idealista ante litteram?
Tutte le biblioteche, dunque, anche quelle più piccole, non devono essere esclusivamente stanze dove poter ammassare libri, ma la biblioteca vera sono le persone che vi accedono e che, unite dal comune intento della ricerca e dello studio, sanno condividere con tutti ciò che i libri insegnano per la vita. Non è giustificato aver timore di varcare la loro soglia, perché tutti noi nel nostro piccolo siamo uomini in cammino, in perenne ricerca e in perenne studio. Chi può dire di aver raggiunto la meta? Bisogna allora potenziare le risorse umane di una biblioteca, di pari passo alle risorse librarie. Solo una comunità di uomini fa una biblioteca, cioè un cenacolo culturale.
E in una società come la nostra, nella quale già si canta il Requiem eternam libro, dove sembra che i computer stiano fagocitando la carta stampa, è necessario e vitale ribadire che il libro stampato non potrà mai essere sostituito da un freddo monitor. Come fare a meno dell’odore della stampa e della colla della rilegatura, come non restare affascinati dal contatto con qualcosa che esiste in realtà? Tutto sembra diventare virtuale, anche le coscienze degli uomini, e il sogno sembra aver sostituito il mondo reale. Che abbia vinto Cartesio? Di certo sappiamo che dove si sono distrutti pubblicamente libri, là la barbarie ha vinto sull’umanità. E con la biblioteca noi vogliamo salvaguardare proprio l’umanità più bella e profonda dell’uomo che si congiunge strettamente alla divinità di Dio.
Luigi Orlotti jr
Memorie di un bibliotecario
Il 1999 ha rappresentato per tutti noi un anno speciale, un anno che ci ha traghettato in un nuovo millennio. Molte sono state le parole dette e scritte per raccontare gli eventi che hanno caratterizzato il secolo appena trascorso. Il 1999 senza dubbio rimarrà nel cuore di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di viverlo. Per me è stato un anno speciale, non perché ha segnato la fine e l’inizio di un secolo, ma soprattutto perché ho vissuto un’esperienza del tutto nuova. Ancora ricordo il giorno in cui il parroco don Luigi Orlotti mi chiese di aiutarlo nella creazione di un’opera che sinceramente allora mi sembrava difficile e che oggi è diventata una splendida realtà: la biblioteca “ S. Maria a Mare”. Molti furono i dubbi che mi assalirono in quel periodo: pur avendo dedicato gran parte del mio tempo allo studio, mi trovavo di fronte a qualcosa di nuovo, tra le mie mani passavano dei libri i cui contenuti erano per me del tutto nuovi. Un tecnico che si trovava a far i conti con parole che descrivevano qualcosa di astratto, ma nello stesso tempo reale.
L’esperienza passata in biblioteca si lega indissolubilmente con un’altra esperienza altrettanto ricca di contenuti: quella di obbiettore di coscienza. L’obbiettore e il bibliotecario sono state le due facce di una stessa medaglia, la medaglia dei valori.
I miei giorni sono trascorsi tra le ore dedicate al servizio civile e quelle trascorse nella biblioteca.
Notevole è stata la mole di lavoro svolta in biblioteca, notevoli sono stati gli strumenti informatici che il parroco, grazie all’aiuto della comunità, ci ha forniti. Tutto ciò ha reso possibile questa opera. La biblioteca oggi è un piccolo gioiello che combina il pregio del sapere scritto nei libri con i vantaggi dell’informatica, quella giusta miscela che alimenterà il nuovo millennio.
Ancora oggi quando entro i biblioteca i miei occhi spontaneamente volgono verso quella massa di pagine che narra la storia del genere umano e nella mia memoria riecheggiano vecchi versi di poesia imparati da bambini: “E il naufragar m’è dolce in questo mare”. Spero che il lavoro iniziato oggi continui nel futuro, che i bibliotecari che mi succederanno amino questa biblioteca, la facciano crescere e soprattutto ne siano orgogliosi. Quello che oggi abbiamo creato grazie all’aiuto di tutti rappresenta il primo gradino di una lunga scala senza limiti, così come senza limiti è il sapere.
Alla fine di un discorso sono soliti i ringraziamenti. Tante sono le persone che devo ringraziare, ma una sopra tutte: il caro don Luigi. La sua conoscenza è stata per me un arricchimento in tutti i sensi, non solo sul piano religioso, ma soprattutto sul piano umano: la sua tenacia nel perseguire un fine e la sua lungimiranza sono insegnamenti che noi tutti dovremo ricordare.
Il Bibliotecario Dott. Gerardo Russo |